20 DICEMBRE 2011 - ore 21:15

''Il Mare'' sconfinato di Paolo Poli
di Valeria Sirabella
Il Mare
Testo di: Paolo Poli da Anna Maria Ortese
Regia: Paolo Poli
Cast: Paolo Poli,Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco

Conoscere Paolo Poli a teatro è un’esperienza che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. Sì, perché la sensazione non è di assistere ad uno spettacolo qualsiasi, ma di fare la conoscenza di lui. Di entrare in quel mondo interiore intenso ed incomprensibile di cui lui è l’unico sovrano. Sarà stato anche per via di quella sua interruzione già nei primi minuti, quando una spettatrice rideva dinanzi ad un racconto tragico e lui spezzava la recitazione per rivolgersi a lei: - cosa ridi, è un momento tragico! Siete proprio romani, siete proprio i nipotini di quelli che si divertivano al Colosseo! – e tutto è così naturale (ed esilarante) che non si ha nemmeno la sensazione che Poli entri ed esca dal personaggio. È un flusso unico, che lui modula a piacimento inseguendo qualcosa, un’ispirazione continua, un istinto sovrano a cui tutto è concesso: lui lo sa, il pubblico lo sa.
Non saprei dire cosa c’è di commovente in lui. Tutto è denso di cose nel suo modo di muoversi, di cantilenare e poi spezzare all’improvviso il tono, di giocare con la delicatezza estrema e poi con le note baritonali della sua voce, nell’incedere ed uscire di scena come se ogni mossa fosse ovvia, l’unica possibile anche quando assurda. È talmente incisiva la sua comunicatività che lo spettacolo, di cui lui è pure l’assoluto protagonista, autore e sovrano, passa in secondo piano.
Il Mare è liberamente ispirato ai racconti di Annamaria Ortese scritti tra gli anni ’30 e ’70. Lo spettacolo è proprio come il mare, un insieme di onde confuse insieme, che a tratti seguono correnti contrapposte e a tratti vanno nella stessa direzione, in un unico grande andirivieni. Il tutto è in grande stile, sfarzoso e luccicante nei costumi e nelle scenografie, nelle canzoni e nei balli. Uno scorrere sconnesso di immagini – di cui alcune resteranno impresse ed altre meno – privo di un senso complessivo che non sia quello di essere il frutto di un genio.